sabato 17 aprile 2010

Cari amici bloggers, vorrei condividere con voi una lettera di Ernesto Olivero, che considero un dono per ognuno di noi.
Una lettera scritta con sofferenza, ma da cui trasuda speranza.
Speranza nella gioia del Risorto.
Speranza nell'amore di Dio.


Cari amici,
Credo sia urgente pregare perché nella Chiesa verità e santità si incontrino, non abbiano paura di unirsi e di entrare in una rinascita. Mi piacerebbe incontrare il Papa e, in una comunione fatta soprattutto di silenzio, vorrei dirgli il mio pensiero, il pensiero di tanti giovani che conosco. Intanto, cari amici, penso a noi, al dono particolare che il Signore ci ha fatto, a come tenerlo vivo. Vorrei che ognuno, nel bene come nel male, vivesse un abbandono fiducioso in Dio, perché la fede si rispecchia sempre e solo nei fatti e solo nei fatti diventiamo speranza. Se nei momenti difficili non veniamo meno alla fiducia nel Signore, verifichiamo la nostra fedeltà; quando invece prevale in noi “l’uomo vecchio”, ogni piccolo problema diventa un macigno.
Tutto quello che il Signore mi ha permesso di fare fino ad ora, l’ho fatto semplicemente da abbandonato, fedele a Lui in ogni momento, spesso anche con le lacrime agli occhi. La preghiera mi ha sempre dato respiro e forza: lentamente è cresciuta, è aumentato il tempo che le dedico e il modo di pregare. Mi sono sentito Suo e vorrei che anche voi, amici cari, poteste dire “io sono di Dio”.
Vorrei che questa lettera diventasse un nuovo patto, un patto di rinascita. In questi giorni un ragazzo ci ha detto: “Ho sempre pensato che la felicità fosse retorica, poi l’ho vista stampata negli occhi di tanti di voi”. Non dimentichiamo la grande responsabilità che abbiamo verso chi ci avvicina! Più passano gli anni e più mi rendo conto che intorno a noi ci sono tantissimi uomini e donne affamati di Dio. Uomini e donne che non riescono a tirare fuori questa nostalgia, questo desiderio, perché hanno avuto esperienze negative, perché sono scandalizzati, quasi nauseati dall'esempio di tanti credenti.
In questi giorni, ho letto un articolo che mi ha colpito. Parlava di un libro sulle confessioni anonime di un cardinale, convinto che la Chiesa stia camminando ormai verso la sua fine. Quell'articolo mi ha fatto pensare a questa epoca che stiamo vivendo: un tempo che sta portando alla luce un male che nemmeno immaginavamo. Penso agli scandali sulla pedofilia di alcuni esponenti del clero. Penso a quei bambini sacrificati sugli altari delle voglie più infami di uomini e donne. E non mi consola certo pensare che questi episodi avvengono anche in altri ambienti, in altre culture, in altre religioni. Nella Chiesa di Gesù non dovrebbero esserci. Punto. La Chiesa, noi cristiani, dobbiamo essere subito e per sempre vicini alle vittime.
Non siamo ingenui. Sappiamo che la Chiesa è sotto attacco da parte di lobbies che si prefiggono di distruggerla, lobbies che hanno nome e cognome. Inoltre per tante persone, per tanti leader di opinione, i fatti che stanno venendo alla luce sono “rassicuranti” e rafforzano pregiudizi antichi: “Ecco il solito Vaticano, ecco chi fa l'esatto contrario di quello che dice, ecco i soliti cristiani”.
Per me non è così. Gli scandali non mi fanno paura, rafforzano anzi questa speranza che non mi lascia: che ognuno di noi cresca nel desiderio di diventare santo. Desidero con tutto il cuore che la santità sia il nostro fine, la nostra meta, la nostra vita. Ognuno di noi, uno ad uno, è chiamato ad amare perdutamente Gesù, ad essere semplicemente un innamorato di Dio, radicato nel silenzio, nella preghiera, nei fatti. Solo così, potremo far capire a tutti che Dio esiste veramente, che la Chiesa è il suo Regno in terra e nessuno potrà distruggerla. Per fare questo, dobbiamo amare di più la nostra vocazione, dobbiamo difenderla non chiudendoci e arroccandoci, ma riempiendola di preghiera e di carità. Il
nostro sì è come una piuma: può volare, raggiungere luoghi immensi, farsi trasportare da un amore più grande, ma deve stare attento a non farsi imprigionare dal fango.
Vorrei con tutto il cuore e con tutta la ragione che quando qualcuno di noi parla, avesse una tale credibilità da convincere chi ascolta. Solo la credibilità convince. Un ebreo ci avvicina? Nel suo diario spirituale dovrebbe annotare: “Ho imparato da un cristiano l’umiltà”. Un musulmano ci avvicina? Dovrebbe poter dire: “Ho capito che è assurdo vedere in un cattolico un infedele, ne ho conosciuto uno, l’ho visto parlare, l’ho visto vivere, crede veramente in Dio. Forse anche gli altri sono così”. Un non credente che non vuole più saperne di Dio ci incontra? Dovrebbe dire: “Ho incontrato un uomo, una donna di Dio. Non escludo nulla. Rimetto in discussione il mio non poter credere”. Un cristiano che incontra un cattolico, un protestante, un ortodosso dovrebbe dire: “Ho voglia di unità!”.
La sintesi della nostra fraternità è avvicinare l’uomo, la donna a Dio, non dimentichiamocelo. Questo dono non ce lo siamo sognati noi, è arrivato da Dio. Mettiamoci nei panni della gente che ha chiuso con la fede, qualsiasi fede, mettiamoci nei panni della gente qualunque. Cerchiamo con tutto noi stessi di capire le difficoltà che vive, gli inganni in cui è caduta. Io non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze, ma se non desidero che tutti incontrino Dio, non posso dire che sono innamorato di Lui. Io sono innamorato di Dio, veramente, con la testa e con il cuore. Mastico in continuazione la sua Parola, la “vedo” veramente e sarei un egoista a pensare che questo dono straordinario non sia per tutti.
Cari amici, ognuno di noi può essere una sfumatura di questo grande amore. C’è chi di noi è più puro, più disponibile, più paziente, ma l’amore unifica tutto. L'ho detto tante volte: oggi il mondo non si fa più domande perché spesso il bene non fa notizia. Televisione e giornali, per esempio, parlano dei preti pedofili, ma dimenticano la stragrande maggioranza dei sacerdoti che stanno dando la vita senza se e senza ma. Non bisogna scoraggiarsi: ognuno di noi può essere notizia di bene. Quando la gente incontra un cristiano, dovrebbe disarmarsi, far nascere la speranza, ricredersi. Dire con semplicità: “È possibile! È possibile essere buoni, disponibili, teneri, forti, impegnarsi per gli altri. I cristiani lo fanno!”. È questa la nuova evangelizzazione che il mondo aspetta. Una nuova evangelizzazione che può partire anche da noi. In questi giorni pasquali sono stato preso da qualche piccolo acciacco. Ho abitato con il dolore e ho sentito come una liberazione scrivere “
La più bella notizia della storia”. Vi regalo dunque questa mia preghiera con l'augurio che ognuno faccia esperienza personale della speranza che viene da Gesù Risorto.

Gesù non è morto.
Gesù vive.
Poteva imprigionare
la sua morte nella tragedia
nella lamentazione nella maledizione.
Con la sua resurrezione invece
l’ha cambiata
nella più bella notizia
della storia dell’umanità.
Mi ha regalato il suo volto,
a me,
agli scartati,
ai senza speranza.
Ha dato a me,
proprio a me
la possibilità
di trasformare l’affamato
in un uomo pieno di dignità,
di liberare il prigioniero,
di visitare l’ammalato,
di accogliere il carcerato,
di consolare chi è stanco,
di incontrare lo straniero
perché si senta accolto.
Ho capito che
la mia resurrezione è nell’amore.
Se non amo
sono io l’affamato,
il prigioniero,
l’ammalato.
Se non amo sarò io
lo straniero per tutta la vita.
Gesù non è morto,
Gesù vive
e continua
ad avere
parole di vita
eterna.
Chi Lo segue
non può che amarlo
per tutta la vita,
senza interruzione.
Non può violare,
non può violentare,
non può uccidere,
nessuno!
Non può!
Non può
chi ama Lui
che dalla croce
guarda e chiede:
tu, mi ami?
Chi non Lo ama
ama se stesso,
si consuma,
ma per il proprio io.
È per questo Gesù
il mio sì,
è solo per Lui.
Il mio tempo è
preghiera,
il mio respiro
è preghiera.


Cari amici, credo veramente che il Signore voglia il nostro aiuto per rinnovare la Chiesa, perché sia sempre più suo segno; solo una Chiesa fedele al Vangelo può essere autorevole e indicare a tutti gli uomini la strada della giustizia. Sento un fuoco dentro di me, un fuoco che mi riempie d'amore per la Chiesa e mi fa vedere una nuova strada, un nuovo patto, un nuovo inizio, un nuovo risveglio che potrà portare vita e riportare ogni vita verso Dio.
Cari amici, per la prima volta invio questa lettera, riservata alla fraternità, anche alla clausura e ad alcune persone a me care. Sarei felice di ricevere qualche parola da tutti voi, per trovare insieme una via di rinascita. Vi voglio bene, ti voglio bene, vi benedico sentendomi indegnamente benedetto da ognuno di voi.

Ernesto Olivero
11 aprile 2010

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